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LE REGOLE DELLA FORZA

     Sui rapimenti di italiani nelle terre di guerra certamente c’è da auspicare una minore spericolatezza dei nostri concittadini. Sarò permaloso, ma dubito sempre di chi si imbatte in questi pericoli e delle sue “nobili” finalità. Quando si parla di terre di guerra, o forse terre di conquista, di nobile non c’è proprio nulla, salvo forse qualche missione umanitaria del tutto sconosciuta ai media.

     Si cerca il più delle volte un protagonismo facile, un curriculum, una carriera, sia trai civili, sia tra i militari. Per poter dire “io c’ero”. La terra di guerra è un bottino da saccheggiare, pieno di occasioni, di testimonianze, di crudeltà e di fascino. Ed anche di rischio.

     Non sono d’accordo comunque nel paragone, sentito da più parti, tra i sequestri di persona che avvengono in casa nostra, in occasione dei quali vengono congelati i beni dei familiari per impedire il pagamento di un riscatto, ed i rapimenti nelle terre di guerra (Iraq, Afghanistan). Il diritto interno pretende che situazioni come queste vengano gestite dallo Stato, che ha il monopolio della forza (o almeno dovrebbe); nel diritto internazionale non esistono rapporti giuridici, ma rapporti di forza tra stati sovrani, o tra uno stato sovrano e forze di tipo militare che controllano determinate aree, ma non cambia. Riconoscere un nemico e riconoscere l’interlocutore con cui trattare nel diritto internazionale è la stessa cosa, sono due facce della stessa medaglia.

     Non c’è un’autorità cui delegare il compito di gestire questi rapporti ed ognuno agisce in nome e per conto proprio e con la propria forza. Le organizzazioni internazionali possono funzionare finchè si va tutti d’accordo, ma poi torna a prevalere la forza. Ed è in nome della forza, e non certo del diritto, che gli Stati uniti hanno criticato la condotta dell’Italia, che dà troppa importanza alla vita dei singoli, spinta dall’impatto mediatico di questi rapimenti e dalla smania di dimostrare capacità risolutive.

     Io non so se gli italiani che hanno avuto disavventure gravi (o drammatiche) in queste terre sono soltanto quelli noti, quelli passati per gli angoscianti video dei telegiornali e per i rientri festosi a Ciampino. E se ce ne fossero altri? Altri italiani inesistenti per cui i giornali non hanno speso parole e dunque il governo non ha attivato i suoi soliti e misteriosi canali informativi. Non lo sapremo mai.

FP

Pubblicato il 23/3/2007 alle 23.57 nella rubrica Idee politiche.

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