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APPROCCIO GRADUALE ALLA MORTE
post pubblicato in Intimità, il 15 gennaio 2004
Tutto il corso della nostra vita è concepito come un crescere, un mettere insieme cose materiali ed immateriali. Costruiamo affetti, incontri, sodalizi... ci riempiamo anche di cose materiali, ricche o povere che siano, comprate o trovate per caso. Anche il nostro modello di comportamento è un'acquisizione graduale che cresce durante il cammino della vita. Molto spesso nel riempirci di tutte queste cose non ci accorgiamo che ne perdiamo delle altre, che cadono giù silenziose come le piume di un rapace o le foglie secche, a far posto a nuove chiome. Ma la separazione da questi "pezzi di noi" è spesso più traumatica: perdiamo rapidamente amici, storie d'amore, o semplicemente oggetti, complici anch'essi e compagni di questa grande prigione della materialità, unica scena del nostro teatro.
Ad ogni incontro con cose o persone corrisponde prima o poi un addio, cioè una piccola morte che ci scalfisce senza abbatterci quasi mai del tutto. Ogni unione comporta inevitabilmente una separazione, ed ogni separazione è una lacerazione della nostra vita. Da quando nasciamo camminiamo in un grande camper contenente il nostro mondo, con tutte le cose materiali ed immateriali che ci appartengono. E cerchiamo di riempirlo raccogliendo ciò che troviamo lungo la strada.
Mi piacerebbe pensare ad un posto in cui si possa giungere solo spogli ed ad una strada lungo la quale spogliarci lasciando lungo gli argini, pezzo per pezzo, tutto il nostro mondo: una vecchiaia non solo fisica. Oltre che delle nostra energie, infatti, potremmo spogliarci delle nostre cose, delle nostre persone, del nostro pensiero e di chi ancora non si è spogliato di noi. E procedere così, sempre più leggeri, senza carichi verso quella terra ultima, dove semplicità e complessità si assorbono a vicenda ed il silenzio e la nudità consentono di ascoltare il battito dell'ultimo fardello, quello costituito dal nostro corpo, nudo e stanco che ora andiamo ad abbandonare per l'ultimo degli addii. Che sia sopra ad una roccia assolata o sull'argine di un fiume possiamo finalmente fermarci lì e non sentire più le gambe, nè le braccia, fino a quella notte che ci toglie la luce e ci irrigidisce. Siamo restituiti così, a questa terra madre, con la stessa nudità del primo incontro, in un perfetto coincidere dell'inizio con la fine nel ripristino del nostro normale non esistere.
 
FP



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UN UOMO CHE AVEVA DUE CUORI
post pubblicato in Intimità, il 26 aprile 2003

Tra un uomo ed una donna nasce spesso una “creatura” fatta non di carne ed ossa, ma di idee, batticuori, speranze ed illusioni. E’ l’uomo dai due cuori. Un giorno mi trovai ad assistere alla sua nascita:

E’ nato un bambino con due cuori, è un figlio sano, robusto, con un grande futuro avanti a sé. In più ha due cuori che donano a lui uno sviluppo fisico e psicologico rapidissimo. Tanto rapido che dopo un po’ di tempo il bambino si accorge di essere ragazzo, poi uomo.

E’ alto, bello, robusto, imponente, agile, veloce: i suoi due cuori raddoppiano tutte le sue qualità. Il grande entusiasmo e la speranza di successo lo portano sulla strada della piena realizzazione: una strada che presenta larghi e agevoli spazi da percorrere con un petto nel quale i cuoi a battere sono due.

Alla vista di tale percorso, il giovane si riempie l’animo di gioia e non vede l’ora di incominciare; sa che alla fine delle strada potrà vedere pienamente realizzato se stesso. Allora parte felice, esuberante, i suoi occhi riflettono gioia, ha una grande speranza, un grande futuro. La sua corsa è veloce più del vento, a dargli vita sono due cuori: ha doppia forza e doppia bellezza. Non passa molto e il giovane si accorge di aver percorso un tratto notevolissimo del suo cammino, si ferma a riflettere, è contento e gratificato, i suoi due cuori battono più forte perché sentono vicino il verificarsi di un evento straordinario.

Il giovane fa salti di gioia, contempla entusiasta il tratto percorso, tutto questo raddoppia la sua forza, la sue determinazione e soprattutto la sua speranza.

Riprende veloce la corsa, sfreccia più veloce di prima, i suoi due cuori gli danno una forza straordinaria. Ora ha percorso più della metà della strada; è pazzo di gioia, persa che non morirà mai, nessuno potrà ucciderlo, è contento di sé e appagato. Capisce che poco tempo prima era solo un bambino incredulo, che teneva la testa bassa privo di speranza, ora è l’uomo più felice del mondo e sa che quando avrà percorso il suo tragitto, i suoi due cuori diventeranno uno solo, enorme ed eterno.

Vede aperta alle sue aspettative, una strada che lo ama e lo preserva da ogni rischio. Più veloce che mai il giovane riprende a correre, corre tantissimo, notte e giorno, ormai la meta è vicina, sente ora in sé una gioia celestiale che sa di eterno, gli soffoca quasi il respiro, rimane incantato di fronte alle meraviglie della natura. L’aria è calda di un caldo soffocante, forse è stanco: nulla però può la stanchezza di fronte al suo entusiasmo; suda freddo, ha superato molti ostacoli con i suoi due cuori, ce la farà anche adesso.

Abbassa la testa, riflette e si accorge che un suo cuore batte meno dell’altro: non fa nulla, sarà l’altro a battere un po’ di più. Riprende una corsa velocissima, ce la mette tutta, più corre più la vitalità aumenta. Quando guarda, però, il tratto percorso capisce che questa è poco, si domanda perché, abbassa la testa, la forza di volontà non gli manca perché il traguardo è vicino. Sul più bello, però, si accorge che quel cuore che batteva meno ora non batte più.

Deve proseguire con un solo cuore che è sottoposto ad un grande sforzo, alza piano la testa e vede una cosa che pochi istanti prima non avrebbe neanche immaginato: la sua amica strada, dopo un breve tratto è sbarrata, si è trasformata in un vicolo senza uscita.

Il sangue gli si gela nelle vene e quando vorrebbe liberarsi dalle spire dei serpenti del destino che lo avvinghiano, si trova ad essere vecchio, senza forza, disperato per quel traguardo che stava per raggiungere, capisce che con un solo cuore non può andare avanti; chissà se avesse corso di meno… se avesse bruciato più lentamente le sue tappe… ora forse potrebbe essere ancora in grado di farcela.

Il mondo gli crolla addosso, è disperato, prova a fare due passi poi si accascia, le gambe rugose gli tremano, ora è vecchio, privo di forze e il suo unico cuore è affaticato.

Non ha più la forza di gridare, di piangere, perché nessuno lo comprende, lui è straniero al mondo, nessuno può aiutarlo, non esiste chi conosce la sua lingua. Ripensa alle soddisfazioni che poco prima aveva avuto, è privo di identità. Aspetta che anche il cuore che batte cessi per svanire poi nel nulla.

Sa che la sua morte non prevede tombe né sepolcri: la sua umile dimora sarà il ricordo, la memoria e forse qualche lacrima perché un bambino che diventa grande in una settimana, non può essere un uomo che diventa vecchio in una vita.

 

Fabio Palmieri 1990




permalink | inviato da il 26/4/2003 alle 21:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA SIGNORA CON LA FALCE
post pubblicato in Intimità, il 23 aprile 2003

      Per lavoro dovrò prendere l’aereo, per la prima volta in vita mia… peccato: poteva essere per vacanza, invece… ma so già che per vacanza, non costretto dai tempi e dalla perentorietà delle incombenze d’ufficio, non l’avrei mai preso.

     Il volo in aereo mi pare una delle tante sfide alla morte: una sfida che le lanciamo noi uomini, sicuri ed arroganti in quell’atto di volare che ci conferisce un potere ed una sensazione innaturali, quasi divini.

     Sono tentato di dire che in volo la nostra vita è appesa ad un filo! Ma non è appesa neanche a quello! E’ letteralmente sospesa: in ogni momento la signora con la falce può bussare al nostro oblò e chiederci conto di qualcosa. In quella circostanza non abbiamo certificati o giustificativi da esibire, né salvezze estreme. Io resterei zitto per tutto il viaggio, per non svegliarla, per far sì che non si accorga di me.

     No, penso che non accetterò mai di volare in aereo, il mezzo che non conosce mezze misure: o non succede niente o succede tutto. Non farò mai quel biglietto.

     Qui a terra sembra un’altra cosa: la signora con la falce sembra non giudicarci in modo così capriccioso e discrezionale. Inoltre le nostre vicende sono spesso sfumate e sfaccettate: medici, corsie, sangue, lunghe agonie e morti invisibili, ma pur sempre morti (a volte indolori). L’adolescente che giocava per strada, il liceale che prendeva brutti voti, il ragazzetto innamorato di una sua coetanea (ed illuso)… sono tutti morti, senza cerimonie, pianti o funerali, eppure non esistono più.

     La quotidianità del lavoro, le notti insonni, le notti vuote, senza sesso, né danze, né fughe, né temporali, né ripari. E le corsie degli ospedali, i medici, i compleanni, i natali e ferragosti che si chiamano l’un l’altro in una catena che può essere spezzata solo da lei, da quella signora. Lo specchio, le foto, i ricordi, il sacco del passato sempre più pieno e pesante, confuso, con oggetti accatastati e sempre più sfumati… ed io sempre più stanco nel riempirlo, chino a spalare la vita e buttarla dentro, con quella signora che ammonisce: “chi si ferma è perduto”, ma chi non si ferma corre veloce verso la sua lama… cosa posso fare per fuggire o per tornare indietro in questo tubo a senso unico? Non lo so, ma ora esco ed acquisto quel biglietto aereo…

 

Fabio Palmieri




permalink | inviato da il 23/4/2003 alle 23:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Dove siamo?
post pubblicato in Intimità, il 26 febbraio 2003

Più volte abbiamo bisogno di intraprendere un viaggio per cercare qualcosa o qualcuno, ma dopo tanto peregrinare, appena possiamo scorgere noi stessi, Dio o l’amore, abbassiamo la testa e proseguiamo il cammino con il sogno di incontrare altri “noi”, un altro Dio, un altro amore. Alla fine di una vita, stanchi del lungo viaggio, ci sediamo finalmente ad ascoltare:

 

Credevi di trovarmi lontano

ed hai iniziato un viaggio

Hai preso i tuoi sogni per mano

e ti sei fatto coraggio

Ero forse dietro a una duna

 ma hai proseguito il cammino

Sei arrivato fin sopra la luna

 invece ti ero vicino

Mi hai cercato per monti e per valli

e poi ancora per fiumi e per mari

I tuoi occhi erano come cristalli

le tue labbra erano gemiti amari

Credevi di trovarmi col cuore

invece hai solo sofferto

Hai subito il più grande dolore

per non avermi scoperto

Quando poi hai imparato a pensare

allora hai saputo osservarmi

Ma quando mi potevi amare

non hai più voluto accettarmi

Hai preferito vedermi lontano

invece io ero te stesso

Te ne sei andato così, piano piano,

come se nulla fosse successo.

 

F. Palmieri 1990




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La voce della coscienza al ritorno da un sogno
post pubblicato in Intimità, il 17 febbraio 2003

Quando si esce da un sogno sembra di tornare in un vecchio porto di una vecchia patria, ed appena giunti inizia una ricerca per trovare qualcosa che è sempre esistito ma che per un po’ era stato dimenticato.

E quando qualcuno ci accoglie e ci ricorda il volo appena vissuto ci accorgiamo di poter riascoltare noi stessi.

Quella voce interiore, chiamata coscienza o forse Dio, un giorno mi parlò con queste parole:

E così eccoci qua, noi due ancora insieme.

Sei mancato poco ma la tua assenza è stata più pesante del solito.

Vorrei chiederti dove sei stato, che hai fatto, ma so già che quando torni da me qualcosa non è andato per il verso giusto: mi cerchi solo quando ne hai bisogno.

Povero te, sei così superbo e paghi così caro… io però ti ho seguito sempre, so tutto di te e dei tuoi sentimenti.

Ancora ti vedo nell’immagine di una recente storia abbracciato ad una ragazza, lei ti cercava e i suo amore per te era linfa vitale, voglia di vivere, di scoprire il futuro, di bruciare le tappe.

Eri superbo: gli amici e le amiche non contavano nulla perché era tutto in lei… ora invece come ne hai bisogno!

Per giorni hai lottato soffrendo per sottrarti ad un destino annunciato con la mente, ma rifiutato da un cuore sordo, quel tuo cuore che ti faceva splendere da bambino correndo incontro ad un padre stanco dal lavoro, quello stesso cuore con cui hai valutato una vita che forse con te è troppo crudele.

Così come quando raccoglievi i cocci di un giocattolo rotto dicendo "E mio, non l’ho più", ora vuoi tenere per ricordo quei cocci che hai dentro l’anima, ma non ti servono a nulla, ora sei un altro.

Così te ne vai, sicuro di un amaro "basta" che conoscevi già da tempo e che volevi nascondere sotto speranze di fumo. Abbottonati la giacca, il vento soffia forte e ti gela un viso che ha un’anima già fredda.

Cammini, ti senti estraneo, cerchi un focolare di speranze, dai un calcio ad una lattina e vai, vai ancora a testa bassa, sei frastornato e non ti rendi conto che vaghi sfrattato da un cuore che non ha più posto per te.

Prosegui in compagnia del nulla, non sai più che verrà.

Arrivi silenzioso in una casa e in una stanza partecipe delle tue gioie, sfogli un libro, ti giri intorno, è pronta la cena che altre volte avevi atteso impaziente, ora non ti va giù, sei triste in un angolo, cerchi di sorridere ma non ci riesci, ti abbandoni sul letto e pensi.

Vorresti poter credere che è stato tutto un sogno ma non puoi perché se cambiato dentro. Vorresti ribellarti, sei solo, tu e l’inferno che hai dentro. La gente, gli amici, sono felici nelle loro consuetudini, nessuno ti capisce.

Non vivi, vegeti, respiri soffocato con un cuore che non può dare sfogo ai suoi sentimenti.

Passano i giorni ed è peggio, vorresti che il tempo si fermasse.

Quanti perché, quanti se su un amore che prima ti dà tutto poi termina così, senza grossi proclami. Pensi al tuo domani, hai il terrore che questa storia ti abbia cambiato profondamente e navighi tra la paura non essere più amato e l’incubo di non saper amare più.

Che farai domani? Che c’è per te ancora nel mondo? Ora il nulla poi chissà.

Ti agiti e la tua inquietudine sa di eternità, ripensi ai bei momenti, ma non è possibile che sia finito tutto completamente per un "basta" che sa di eutanasia.

Nella giacca ritrovi un suo lungo capello che ti dice che qualcosa c’è stato; nella tasca un fazzoletto rosso baciato dalle sue labbra attraverso le tue.

Trovi amici, vuoi da loro un sorriso di calore, che ti stiano vicini.

Osservi il tuo telefono che non ti chiamerà più con quel tipo di squilli, e un calendario che non ha più il sabato come riferimento.

Sappi che quello che oggi è presente domani sarà il tuo passato, vivilo felice. Passa un’ora e ne viene un’altra, passano i giorni e ne tornano altri, così passano gli anni, uno dopo l’altro. Solo l’amore e la vita passano per non tornare più.

Che ti ha lasciato allora questa storia? Addio allora uomo dai due cuori, addio a lei.

E’ stato splendido, grazie di cuore. So già che la riabbraccerai nel sonno finché non ti sveglierai per vivere un giorno nuovo e ricominciare da zero, perché poche volte un sogno diventa realtà, ma tante volte è una realtà a diventare un sogno.

FP

dicembre 1990




permalink | inviato da il 17/2/2003 alle 22:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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