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MI PIACE LAVORARE (mobbing)
post pubblicato in Recensioni, il 16 marzo 2004

      Il titolo di questo film contiene una parola, mobbing, apparentemente simile a tutte quelle parole che terminano in “ing” e, come tutte le altre, indica un’attività umana che può avere i suoi vantaggi, ma che non è strettamente essenziale o necessaria.    E’ una sorta di tecnica, metodo o semplicemente passatempo, posto in essere da un datore di lavoro (o da un capo ufficio), consistente nell’ostacolare il normale svolgimento del lavoro delle persone sottoposte per metterle in difficoltà e generare disagi e sensi di colpa.    

       Il film racconta la storia di una donna, impiegata in una grande impresa coinvolta in una recente fusione con conseguente cambio dei vertici e della politica aziendale.

     La donna, vittima di una gestione volta alla riduzione del personale, subisce una sequenza di pressioni create artificialmente dal capo ufficio per indurla a dimettersi. Il capo inizialmente la assegna ad un ufficio nuovo con un computer guasto lasciando a lei il compito di procurarsi l’assistenza e, allo stesso tempo, di proseguire il lavoro con mezzi di fortuna. Un giorno le chiede di ritrovargli urgentemente due vecchie fatture di alcuni anni prima. Lei, dopo una laboriosa ed inutile ricerca, scopre che quei documenti erano nel cassetto del capo.

      Le viene cambiata mansione, per darle una nuova opportunità (così le viene detto), consistente in un lavoro di vigilanza alla fotocopiatrice del corridoio. Ogni volta che la macchina viene usata, lei deve registrare nome e cognome della persona che la utilizza, la mansione, il motivo e il numero dei fogli fotocopiati. Ciò non può che comportare il vivo risentimento dei colleghi che prima si rifiutano di collaborare e poi evitano di utilizzare quella fotocopiatrice.

      Anche la seconda opportunità, dunque, non ha dato esito positivo. Segue una nuova convocazione del capo, il quale, con un tono molto fermo, ma anche con la gentilezza e la pazienza di chi vuole generare sensi di colpa, offre una terza possibilità. La nuova mansione consiste nel controllare il lavoro degli operai che nel seminterrato caricano e scaricano le merci, ai fini di una riorganizzazione del lavoro stesso, volta a ridurre i tempi. I tempi di carico e scarico, infatti, devono essere cronometrati e resi noti alla Direzione. Anche questa attività porta tensioni e malumori, fino al completo isolamento della donna che, ormai esausta ed isolata dai colleghi, cade in depressione.

     La situazione degenera quando uno dei capi la convoca urgentemente, fuori dall’orario di lavoro, lasciandola per molto tempo ad attendere in corridoio e facendole perdere un importante appuntamento personale, per dirle che la situazione non può più andare avanti in quel modo, che loro hanno avuto molta pazienza con lei dandole svariate opportunità e che l’unica soluzione è ormai quella delle dimissioni per le quali è già pronta una lettera da firmare.

     Il lieto fine è il frutto di un lunga causa, dalla quale la protagonista esce vincitrice potendo ricominciare con un nuovo lavoro.

     Il lieto fine è probabilmente esagerato quanto esasperata è la parte di denuncia in cui vengono descritte le situazioni di mobbing. Inoltre va tenuto presente che nella vicenda narrata il mobbing era espressamente finalizzato ad ottenere le dimissioni della vittima.

     E’ probabile che nella realtà i casi più frequenti di mobbing abbiano altri moventi e si esprimano con tecniche diverse da quelle descritte dal film. Il mobbing può essere attivato per esercitare delle vendette con strumenti non convenzionali, per tenere i sottoposti sempre sotto pressione, per impedire che taluno emerga o esca dall’anonimato della fabbrica. Il capo ufficio, del resto, ha il potere di scandire i ritmi, di mettere in difficoltà, di esaltare o biasimare a proprio piacimento un lavoro svolto.

LA PRINCIPALE CAUSA DEL MOBBING

      Il mobbing è possibile perché nell’organizzazione aziendale è presente un anello debole costituito dalla concentrazione di responsabilità in capo a singoli manager per settori di attività. In questo modo, infatti, il capo funge da cancello e da unico propulsore: quello che ordina il capo va fatto, quello che non ordina non viene mai alla luce! Non esiste più una oggettività dell’ufficio, con una serie di compiti predeterminati ed impersonali, ma solo una lista di adempimenti creata dal soggetto responsabile il quale da solo e con totale discrezionalità (che sfocia in arbitrio) valuta anche il lavoro di ciascuno… dando vita anche ad una sorta di “conflitto di interessi” in quando chi decide le cose da fare è anche colui che valuta i risultati… basta attribuire compiti semplici per avere un risultato positivo e compiti difficili (o impossibili) per ottenerne uno negativo!


 

IL POSSIBILE RIMEDIO

     Un possibile rimedio a questo fenomeno potrebbe essere costituito da una scheda periodica che ciascun dipendente è tenuto a compilare ed ad inviare in busta chiusa (e forse anche in forma anonima) al consiglio d’amministrazione dell’azienda e ad appositi uffici del lavoro (ispettorati o sportelli mobbing). Nella scheda dovrebbero essere sintetizzati alcuni elementi sintomatici quali: la chiarezza degli ordini dati dal capo ufficio, la quantità e qualità del lavoro svolto, i vari cambi di mansioni disposti dal capo stesso, gli strumenti messi a disposizione, gli orari di lavoro effettivamente svolti, ecc.

     Ovviamente tale scheda non dovrebbe avere valore vincolante, ma puramente statistico e conoscitivo, altrimenti basterebbe una semplice cospirazione (motivata solo dall’antipatia verso il capo) per far saltare un incarico dirigenziale!


 

     FP


 




permalink | inviato da il 16/3/2004 alle 23:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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