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Una storia su cui riflettere
post pubblicato in Ragione e Religione, il 18 giugno 2003

     Domenica 15 giugno, il quotidiano “Il Tempo” ha riportato un articolo che raccontava la storia di una bambina autistica che, nella zona di Alghero, si è vista negare l’Eucarestia dal parroco. La ragione di questo diniego (riguardante anche la partecipazione al catechismo) sarebbe da rinvenire nell’incapacità (della bambina) di distinguere l’ostia consacrata dal normale cibo.

     Premesso che il racconto giornalistico potrebbe aver subito qualche “forzatura” finalizzata a dare maggiore risalto alla notizia, mi sembra opportuno far notare alcune cose dal momento che un po’ di pretume lo conosco anche io.

1)     La Chiesa, e con essa i preti specie quelli che ricoprono le cariche più alte, ha sempre cercato di interporre se stessa tra Dio e i suoi figli (cioè gli uomini) e lo ha fatto attraverso l’amministrazione dei sacramenti, i cancelli per giungere a Dio, rigidamente custoditi e guardati da sai, porpore, scettri e quant’altro! In questo modo essa esercita il suo potere di giudice terreno delle anime e di gestore esclusivo, in pieno regime di monopolio, della loro spiritualità.

2)     Il parroco in questione ha svolto proprio un ruolo di giudice (sempre che il racconto giornalistico sia fedele al vero) stabilendo arbitrariamente chi è in grado di ricevere l’ostia e chi non lo è.

3)     I bambini che vengono battezzati a pochi mesi dalla nascita certamente non si rendono conto del sacramento a cui vengono sottoposti e difficilmente distinguono l’acqua benedetta dall’acqua volgare o, peggio, dalla loro pipì.

4)     I bambini che fanno la Comunione, quelli c.d. “normali”, non si rendono conto neanche loro del gesto che fanno: il catechismo insegna preghiere, formulette, riti e cerimoniale. Essi lo vivono allegramente per i regali, per il giorno da protagonisti e per tutto il contorno voluto dai genitori.

5)     Infine: cosa c’è da capire nell’Eucarestia più che nel Battesimo? Entrambi i sacramenti sono ripresi da episodi della vita di Cristo e dovrebbero avere il loro effetto sostanziale indipendentemente dalla consapevolezza del fedele. Ci viene insegnato che nell’ostia benedetta c’è il corpo di Cristo, ma non è una cosa da capire: bisogna soltanto prenderne atto. Chissà quante volte quel parroco ha indottrinato ragazzini e vecchiette con prediche imbevute di dogmi irrazionali senza preoccuparsi della loro cultura, della loro intelligenza e della loro consapevolezza! Ed ora invece…

Per fortuna quella ragazzina, anche se forse non lo sa, ha sempre avuto con sé quel Dio che l’accompagna, che abita in lei e che l’accoglie senza porpore, acque sante o altri protocolli ecclesiastici.

 

Fabio Palmieri




permalink | inviato da il 18/6/2003 alle 21:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
L'educazione oggi. Lettera ad un prete educatore
post pubblicato in Ragione e Religione, il 31 marzo 2003

E’ ancora proponibile una scala di valori cui improntare l’educazione moderna? E’ possibile seguire delle precise regole educative per tirar su dei buoni cittadini per il domani?

         Personalmente noto come da un po' di tempo a questa parte la vecchia "scala di valori", seguita dagli educatori, ordinata verticalmente abbia lasciato il posto ad una "gamma" di valori collocati in posizione orizzontale l'uno rispetto all'altro (il c.d. ventaglio). Certamente una scala di valori ordinati in posizione gerarchica e propinati dalle vecchie istituzioni come il MinCulPop, la DC, una certa Chiesa che è ancora maniaca delle gerarchie... non risponde più alla società moderna le cui sfaccettature non possono essere più ipocritamente celate o smussate a favore di paletti distinti, rigidi e manichei. Ma credo che oggi si stia esagerando nell'estirpare anche gli ultimi paletti, gli ultimi punti fermi. La nostra società vuole liberarsi dall'alienante presenza di ogni "grande fratello", ma in realtà il grande fratello c'è e veglia su di noi: non è più la Chiesa nè la famiglia, né il governo, ma è la televisione con i suoi messaggi subdoli, con i suoi ricatti morali e con i suoi modelli omologanti ed eugenetici che identificano l'uomo moderno con colui che consuma certi prodotti, che è dedito ad un edonismo sessuale condito di cinismo e di superficialità, che concorre con il suo prossimo per raggiungimento del successo.

     Per mettere in scena questi modelli è necessario rimuovere i paletti, i punti fermi, i nuclei duri che si trasformerebbero inevitabilmente in altrettanti ostacoli, in altrettante remore ed inibizioni a questo edonismo consumistico propostoci. Ne viene fuori un giovane del tutto privo di punti di riferimento trasversali e duraturi, ed ancorato ora a quello ora a quell'altro caduco modello, spesso estremista o comunque dalle tinte forti ed ubriacanti, un giovane del tutto prigioniero e vittima del palcoscenico su cui sale.

       Se un tempo la famiglia era difesa dal mondo dei consumi perchè solo in essa l'italiano grezzo del dopoguerra era spinto ad usare carta igienica, detersivi, automobili, televisioni e radio, oggi il modello consumistico è quello del single, che vive avventure occasionali, alle quali unisce consumi come vacanze, cene, automobili sportive, discoteche, telefonini e quant'altro.

       L'estremo disordine dei valori viene celato sotto le parole "pluralismo" e "tolleranza" che considera i vari stili di vita come perfettamente alternativi l'uno con l'altro. I bimbi zingari che vivono nella sporcizia con il viso tinto di terra e lacrime seccate al sole sono, per qualche intellettualoide, soltanto il frutto di una tradizione diversa dalla nostra e che noi dobbiamo rispettare; allo stesso modo vengono considerati i gay (semplicemente ed orizzontalmente alternativi agli etero) ed altre categorie che propongono idee diverse. Certo, la libertà di essere diversi è fondamentale, ma questo non deve, come invece succede, far smarrire gli orizzonti, le strade, le grandi scelte di merito.

       Il giovane si trova di fronte ad un coacervo di proposte e di simboli la maggior parte dei quali sono custoditi dai pubblicitari (i veri padroni della crescita dei giovani) che riescono, da finissimi sociologi, a propinarli con subdole arti. Emergono i tipici aspetti delle società occidentali: competizione, cinismo, trasformismo, versatilità, flessibilità... insomma la più terrificante sabbia mobile! E' una riproposizione della hobbesiana lotta di tutti contro tutti (spaccato ancestrale sempre presente nelle società della storia), ma per la prima volta oggetto di un disegno ben preciso: quello che insegue l'obiettivo dello sviluppo a discapito di quello del progresso (come diceva Pasolini). Il progresso infatti implica una crescita, una scelta di valori verso i quali muoversi e migliorarsi; lo sviluppo invece crea e risolve problemi artificiali che si rinnovano continuamente senza percorrere alcun sentiero nè operare alcuna scelta, ma adattandosi alle contingenti e spesso irrazionali richieste degli utenti. Così a scuola gli insegnanti promuovono tutti per fare entrare gli istituti nelle grazie dei genitori (preoccupati più del risultato che dell'effettiva formazione dei figli); la televisione accontenta le pruriginose curiosità della gente creando emozioni artificiali: telenovelas, fiction, curiosità rosa, ecc. Tutto senza un progetto, senza una strada da seguire, ma semplicemente accontentando questa o quella richiesta momentanea delle singole persone e delle singole lobbies. La scoperta sensazionale è questa: non c'è economia più fallimentare di quella che risolvesse tutti i problemi dell'uomo. Per lo sviluppo è necessario dunque creare nuove esigenze, nuovi problemi da risolvere con le nuove tecnologie. Deve muoversi il denaro: macchine veloci, incidenti, avvocati, assicurazioni, medici, casse da morto... la mancanza di regole e il disordine sono causa di problemi e di conseguente circolazione di ricchezza. Alla base di tutto è l'ignoranza intesa come superficialità, come fuga da ogni riflessione... è su questa ignoranza che il mondo dei consumi sta investendo... così come la Chiesa ha investito su di essa per secoli diffondendo il Messaggio di Dio come una superstizione basata su gesti ripetitivi, preoccupata più di quante formule ed icone venivano santificate che di quante anime, concretamente, imboccavano la strada giusta.

      Tuttora credo che la maggior parte dei cristiani viva la Fede non come un cammino globale e faticoso, ma come una semplice sequela di gesti, formule e tributi da elargire a un Dio che sembra più un iroso dio della pioggia che un Padre ed Amico. Questo argomento meriterebbe una lettera a parte, molto approfondita. Per ora, caro educatore, mi limito a dirti questo: chi può ancora, con sacrificio, aiutare i giovani nelle loro scelte di vita è la chiesa (con la c minuscola), sono cioè i parroci, coloro che si occupano dell'evangelizzazione di frontiera. Dunque ti consiglio (per quanto possa valere il mio umile consiglio) di essere giovane ed essere parroco per sempre, morire parroco con la voglia di donare fino alla fine amicizia e riferimento ai giovani, senza azzittirli con sciocche superstizioni, ma crescendo e spendendo gli anni con loro. Sicuramente in questo modo, grazie a te, tante strade potranno essere individuate e percorse, ed una certamente portata a pieno compimento: la tua!




permalink | inviato da il 31/3/2003 alle 22:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA VOLONTA' DI DIO
post pubblicato in Ragione e Religione, il 16 marzo 2003

     Mi sono chiesto più volte, pensando ad una sorta di morale spirituale, quale può essere l’effettiva volontà di Dio: se Lui ci ha creati deve avere anche un fine, dunque una volontà. Ma cosa vuole da noi? Cosa vuole dal mondo intero? E perchè lo ha progettato con tutte queste contraddizioni e con tanti lati negativi che portano gli uomini a soffrire?

    Ciò che a noi sembra “male” è veramente “male”? E’ forse il caso di prendere in considerazione il concetto di volontà di Dio per capire se tutti gli eventi ne fanno parte o se alcuni restano al di fuori da essa.

    Per volontà di Dio, mi pare, si possano intendere essenzialmente due cose: la prima è una volontà per così dire "precettiva", che consiste nell'insieme dei comportamenti indicati soprattutto nel Vangelo. Essa si indirizza agli uomini che vogliono vivere secondo la Sua  volontà.

   La seconda è una volontà che mi suona bene definire "cosmica" e che ricomprende tutto ciò che accade: dalle eclissi di sole, ai terremoti, alla violenza negli stadi. Cioè: tutto ciò che si verifica, anche le cose più terribili ed umanamente ingiuste, rientrano nella volontà di Dio (in quella che ho definito cosmica) dalla quale nulla può essere sottratto. Tutto quindi risponde alla volontà cosmica di Dio.

   Tutto questo può sembrare fatalismo: bisogna fare i conti infatti con il libero arbitrio. A noi non è dato interferire o comunque agire sulla volontà di Dio. Lui ci viene incontro come custode della nostra libertà, ed è per questo che la Sua rivelazione assume un significato precettivo, perché ci responsabilizza.

   Ma come fa Dio a predisporre tutto (quello che a noi sembra bene e quello che a noi sembra male) e nello stesso tempo a lasciarci liberi? Credo che questo interrogativo sia la chiave di lettura di tutta la dialettica tra "umano" e "divino": la legge fondamentale del divino è l'et-et, mentre la legge fondamentale dell'umano è l'aut-aut. Tutti gli aspetti della vita umana sono governati dall'aut aut: vita e morte, bene e male, ricchezza e povertà, presenza e assenza, esistenza e inesistenza, essere e divenire. Insomma la vita umana è tutta regolata da una economicità per cui, come in un sistema binario, ogni aspetto è il complesso mosaico dei sì e dei no. Questa è la fisicità.

   Ho detto poco fa che anche la violenza negli stadi rientra nella volontà cosmica. Si potrebbe dire il contrario: passi per le catastrofi ed i terremoti, ma la violenza negli stadi è il frutto della malvagità umana! A questo punto è opportuno che io chiarisca cosa intendo per volontà cosmica. La volontà cosmica è il predisporre (dunque il volere) tutto ciò che accade: da questo punto di vista gli uomini non sono liberi, ma sono tessere del creato come gli alberi, come le alluvioni, ecc. La libertà degli uomini, come la sperimentiamo noi, consiste soprattutto nell'ignorare il nostro destino, il nostro divenire, ma nello stesso tempo essere coscienti di noi stessi e del nostro essere, dunque padroni in qualche modo del presente. In questa miscela di ignoranza e al contempo di autodeterminazione si insinua la libertà, il libero arbitrio, e dunque anche il comandamento ed il precetto. Solo Dio sa come è possibile conciliare quello che a noi pare libero arbitrio con il suo disegno (nel quale sono comprese anche le nostre azioni, anche quelle malvagie). E' per questo che la formula della Divinità è l'et et.

   Ovviamente tutto questo discorso presuppone, come io credo, che non esista un "male", non esista cioè il demonio, il diavolo, ecc. Esiste ovviamente il peccato, che, se vogliamo, è una impurità dell'anima che trae origine dalla materialità, dalla fisicità, dall'ignoranza del futuro. Ma il peccato trae origine soprattutto dall'aut aut, cioè dall'economicità (se vuoi qualcosa devi rinunciare a qualcos'altro) e dall'algebra a somma zero che caratterizza tutto il creato (potremmo dire che nulla si crea e nulla si distrugge). Il peccato è dunque il peso della nostra materialità la quale impone appunto leggi economiche e impedisce spesso di salire e percorrere quella strada scomoda che porta ad una vera elevazione spirituale.

   In tutto questo si annida la mia eresia: non credo nell'Inferno, né nel Paradiso intesi nel senso classico e dogmatico, cioè nel senso dantesco. Sarebbero "luoghi" troppo statici, troppo fissi e contemplativi. Non molto diversi dai loculi di un cimitero! Il vero Paradiso (sarebbe meglio chiamarlo aldilà) potrebbe essere solo un luogo simile a questo in cui viviamo, ma privo delle sofferenze che in questo si attraversano. Ci sarebbe però da chiedersi se possono esistere gioie senza sofferenze, amori senza rischio, valori senza il pericolo di perderli. Se già qui nella vita terrena ci chiediamo spesso cosa siamo venuti a fare… figuriamoci dopo, nella nostra vita da anime. Quale è lo scopo di tutto? A questo non risponde la scienza ma a dire la verità non risponde del tutto neanche la fede: la fede ci dice che ci sarà qualcosa dopo la morte, e ci dice anche che Dio ci ha creati, ma non ci dice il perché. Forse per amore? Ma allora quale è il dono finale, quello duraturo? Forse quello di farci restare immobili a contemplare la Sua luce?

   Un omicidio, dunque, viola la volontà precettiva di Dio, ma risponde alla volontà cosmica (dalla quale nessun evento si sottrae). Comunque anche la volontà precettiva non è così facilmente individuabile: anche un omicida può tornare in grazia di Dio, mentre una persona pulita secondo i canoni giuridici e sociali può navigare nel peccato. Questo perché il peccato è una realtà noumenica, intelligibile, e non una realtà materiale, fenomenica. 

   Come possono stare insieme volontà precettiva e volontà cosmica lo sa solo Dio (et et), forse per noi non è possibile saperlo perché ci sono di mezzo il tempo e la materia.

   Del resto è molto difficile immaginare un codice di comportamento senza sapere il motivo, la finalità della nostra esistenza. Dunque le uniche leggi che ci precedono e che sopravviveranno alla nostra fisicità sono quelle della natura, i principali strumenti di vita predisposti da Dio. Credo di poter dire che seguire le leggi di natura significhi seguire le leggi di Dio. Ma le leggi di natura possono costituire solo un valido punto di partenza: è possibile che Dio ci abbia creati per lasciare tutto come era? E' possibile che la natura ci ospiti spontaneamente come una carcassa ospita i parassiti? Non voglio addentrarmi nell'evoluzionismo, che è un teorema logico, ma astratto, poco empirico.

    Questi sono i problemi da affrontare: non dico che vi si debba per forza dare una risposta, ma non ci si può sentire tranquilli andando a Messa (con la pelliccia o la giacca buona) senza farsi carico di questi interrogativi. Domandarsi dove stiamo andando è il modo migliore per aprire gli occhi e il cuore a Dio e riceverne i segni. Sono profondamente convinto che la conoscenza razionale è la strada verso Dio. Detesto quei cattolici oscurantisti che vedono la ragione come nemica di Dio solo perché la ragione mette in dubbio (e ci mancherebbe altro…) i riti, la messa, i sacramenti, le icone, i timori, le fobie e la seriosità della religione (direi quasi della "superstizione"). Chi ha questo timore non fa altro che confermare la fragilità della propria fede. La fede non va chiusa in frigo o in cassaforte perché sia protetta dagli attentati della ragione e della scienza: la fede deve essere sempre in prima linea senza temere alcun affronto. La fede è uno strumento di battaglia (bada bene, non un pretesto per fare la battaglia), da usare quando prendiamo le bastonate.

    La fede è uno scudo che alla fine della vita sarà pieno di ammaccature, un po' deforme… ma intatto… chi lo pone al sicuro, per paura della sua fragilità vuol dire che lo ha già rinnegato. E' per questo che Dio non abita nei tabernacoli, nei marmi e nei sacri monumenti e non è protetto dalle guardie svizzere. Proteggere Dio vuol dire dubitare di Lui. Chi inventa luoghi protetti in cui far abitare il suo Dio non crede veramente in Lui… come non crede in Lui chi pensa che Dio possa essere offeso ed oltraggiato. Non crede in Lui chi continua a vederlo seduto in un alto trono a chiederci solo di rinunciare alla vita, ai piaceri, ecc. Dio non ci chiede di rinunciare a nulla: ci chiede solo di essere coerenti, di poter camminare a testa alta, di subire umiliazioni per le nostre idee e per la nostra speranza. Andare a messa può voler dire dubitare di Dio, cioè ammettere che negli altri luoghi Dio non c'è. Non si va da Dio come se si andasse dal re, silenziosi e sottomessi tra le stanze ed i guardiani della Sua dimora.




permalink | inviato da il 16/3/2003 alle 22:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Messaggio per gli atei e per i bigotti
post pubblicato in Ragione e Religione, il 8 marzo 2003

Molto spesso chi si dichiara ateo contesta le regole dettate dalla Chiesa e non accetta i dogmi della religione. Credo che perdere la Fede, ed il corredo di valori che questa tiene con sé, per colpa della Chiesa sia un errore abbastanza grave. Per evitarlo è necessario saper distinguere la Chiesa, istituzione politico – sociale fatta di uomini come noi, e la Fede in Dio, creatore dell’universo.

     E' necessario dunque distinguere i valori cristiani dal comportamento della chiesa. I valori cristiani, quelli contenuti nel Vangelo, rappresentano un grande patrimonio umano e spirituale in nostro possesso. La chiesa, che dovrebbe farsene promotrice, ha troppo spesso deviato verso una strada di potere materiale e politico. Questi valori, inoltre, sono stati sviliti, declassati al rango di superstizione. La nostra società è cattolica, ma lo è quasi sempre in modo magico-superstizioso, feticistico, iconografico, oserei dire pagano! Questo dipende anche dal fatto che la Chiesa (sempre intesa come istituzione politica) ha preferito percorrere una strada dogmatica ed impositiva rispetto ad una strada dialettica e formativa. Del resto ha avuto sempre a che fare con un popolo essenzialmente rurale che recepiva meglio un messaggio chiaro, netto, magico, dogmatico, piuttosto che un lento e duro cammino formativo.

     Per secoli si è andati avanti con promesse di paradiso, con l'idea che la ragione è figlia del demonio, con l'infallibilità del Papa, con la sessuofobia, ecc. La Chiesa è uno Stato sovrano e fino al 1870 aveva anche un territorio abbastanza esteso, qualche anno prima aveva sotto di sè tutto il centro Italia. Quindi aveva un bilancio, una politica, un esercito, ecc. Non dimentichiamo che la Chiesa ha praticato torture, ha inventato macchine per uccidere e per torturare gli inquisiti, ha combattuto guerre feroci, si è circondata di ricchezze, e in un certo periodo (i c.d. anni bui) il Vaticano non era molto dissimile dalla corte di Luigi XIV!

      Anche il merchandising nasce dalla Chiesa: l'idea di vendere statuette, utensili e suppellettili il cui plusvalore è dato dall'effigie sacra impressavi, costituisce probabilmente il più antico esempio di merchandising.

      Tutto questo attiene alla Chiesa istituzione. Sugli orrori del fascismo, del comunismo e del nazismo si è riusciti a fare molta luce, o comunque a parlarne con una certa serenità. Per le malefatte storiche della Chiesa non è ancora possibile... forse i tempi non sono ancora maturi. Comunque Giovanni Paolo II ha iniziato coraggiosamente ad ammettere qualcosa parlando in nome della Chiesa.

        Tuttavia la storia della Chiesa, può essere letta anche attraverso le azioni dei singoli uomini religiosi. Frati e preti si sono dedicati per secoli alla cultura, all'insegnamento, alla diffusione del messaggio di Cristo, all'aiuto degli emarginati e degli affamati. Insomma hanno dato un contributo notevolissimo in fatto di cultura, spiritualità e forse perfino di progresso. Si tratta delle singole personalità, fuori dai riflettori e dagli apparati di palazzo. La grandezza dei valori cristiani sta anche in questo: se mille religiosi praticano simonia, concubinaggio, trafficano denaro, ne basta uno solo, veramente illuminato dalla Fede, per trasmetterci il messaggio divino, per illuminare tutto il buio nel quale ci muoviamo. E di questi ce ne sono stati non uno, ma tanti, molti dei quali sconosciuti, e tanti ce ne sono ancora.

       Dunque preferisco schierarmi dalla parte dei parroci, dei missionari, dei preti di frontiera, che tutti i giorni portano la loro croce, subiscono le proprie tentazioni, danno la vita per gli altri. Sinceramente non posso pensare altrettanto dei preti di apparato e rifiuto nettamente la spiegazione di chi dice che la Chiesa ha bisogno di generali e di soldati.

       Gli alti prelati non mi ispirano grande stima (se non quella per il loro grado di cultura e per alcuni loro discorsi che spesso condivido). Li trovo personaggi privi di immaginazione, di fantasia, di entusiasmo... mi sembrano racchiusi in un austero ed ammuffito mondo fatto di dogmatismi, di severità, di potere, di vecchi rancori mai sopiti.

        Avrei molta paura ad essere giudicato da una corte composta da loro! Non mi sentirei affatto tutelato e garantito! Del resto parliamoci chiaro: se fossi vissuto quattro secoli fa, con questi discorsi, avrei fatto una brutta fine! Sarebbe stata sufficiente una lettera come questa per finire i miei giorni in qualche buio scantinato... Si tratta di personaggi, dicevo, che non emanano serenità, nè pietà, nè misericordia... almeno per come li vedo io o per come vengono presentati dai mezzi di comunicazione.

       Anche dei Papi ho la stessa impressione fatta eccezione per Giovanni XXIII e per Giovanni Paolo II... ma anche in questi due casi non so se si tratta di vera e propria statura umana e spirituale o di semplice capacità comunicativa: nella loro missione i mezzi di comunicazione hanno giocato un ruolo fondamentale. La Chiesa istituzione, dunque, guardata con occhio laico e distaccato, è insieme tante cose: istituzione, organizzazione, impresa, iconografia, esercito, potere, scuola, formazione, solidarietà, carità, guida.

        Tutto questo comunque non altera minimanente la grandezza dei valori cristiani. E non capisco come mai la Chiesa, che ne è stata sempre ufficialmente depositaria, abbia scelto di collocarsi, storicamente, dalla parte dei ricchi (volgarmente potremmo dire che la Chiesa è sempre stata di destra, dove per "destra" si intende la ricchezza e la relativa posizione conservatrice). I valori della cristianità dovrebbero essere ispirati alla fratellanza, alla solidarietà, al perdono, alla misericordia, alla tolleranza, alla rinuncia delle ricchezze materiali. Questi valori sono maggiormente presenti (almeno a parole) in una certa cultura marxista (che ha comunque altri aspetti criticabili) più che nel mondo nobile e borghese.

       E' solo perchè il marxismo si definisce ateo? Non so rispondere a tutte queste domande. Alcune cose però penso di averle capite: la Chiesa ha da sempre attuato un doppio rapporto: uno orizzontale con i nobili (e forse con i capitalisti), un rapporto clientelare che non ha nulla a che fare con la spiritualità; e un rapporto verticale con la massa il cui linguaggio è quello del potere e del dogma. Oggi questa collocazione sociale della Chiesa è in piena crisi ed il nemico più grande è il certamente il capitalismo. Finchè il capitalismo si accontentava di "formare" l'uomo consumatore la Chiesa poteva tenergli il passo, magari usando lo stesso linguaggio, ma da quando il capitalismo ha preteso di "creare" l'uomo consumatore (una specie di coltivazione in batteria) cercando non più solamente di orientare le sue scelte consumistiche, ma di plasmare delle personalità complesse e omologate ai fini del consumo, la Chiesa è rimasta da sola. Il nuovo capitalismo vede nella Chiesa e nei valori che essa difende soltanto un intralcio al proprio disegno. Ad esempio se prima capitalismo e Chiesa difendevano la famiglia, perchè in essa il capitalismo scorgeva la massima espressione di uomo consumatore (automobile, casa, detersivi, televisione, ecc.), oggi la famiglia è difesa solo dalla Chiesa perchè il nuovo prototipo di consumatore è rigorosamente single, senza paure nè progetti, cinico, quotidiano, edonista nella sua mobilità e precarietà culturale e sentimentale (cene, viaggi, automobili, telefonini): egli non progetta, ma reitera all'infinito, ottuso nel suo galleggiamento individuale, curvo come un ciclista in salita, solo. E' la cultura del frammento!

       La Chiesa oggi adotta due diverse filosofie: quella di combattere il capitalismo sfrenato (tanto lo spettro del comunismo non esiste più) e quello di fargli concorrenza usando gli stessi mezzi (tipo oratorio-discoteca). Non so chi avrà ragione, ma spero che la Chiesa abbandoni quei retaggi dogmatici e superstiziosi che non rispondono più ai bisogni esistenziali dell'uomo.

 

Fabio Palmieri

Roma




permalink | inviato da il 8/3/2003 alle 10:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
TENTATIVO DI SPIEGARE DIO
post pubblicato in Ragione e Religione, il 22 febbraio 2003

E’ possibile giungere ad un Fede consapevole attraverso l’uso della ragione? Oppure una Fede veramente solida presuppone l’accettazione acritica dei dogmi e dei misteri che ci vengono insegnati dalla Chiesa? Personalmente credo che anche la ragione sia in grado di portarci a Dio, tuttavia per noi umani è molto difficile (se non impossibile) individuare il tunnel di collegamento tra la ragione e la Fede. In questo senso la percezione di Dio è paragonabile alla musica: la si può amare da profani e da grandi esperti senza che essa appartenga del tutto agli uni o agli altri.

A mio avviso il primo passo per leggere Dio è quello di studiare ciò che Lui ha creato. Gli uomini nascono e muoiono, ed ogni volta trovano e lasciano leggi e principi che governano la loro vita. Esiste dunque un sistema di regole naturale che preesiste e sopravvive all’uomo e alla vita stessa. Ed è anzi il presupposto dell’esistenza della vita stessa.

Da ciò deriva, a mio avviso, che tale sistema di leggi, che possiamo forse chiamare Natura, è il primo specchio attraverso cui guardare l’immagine di Dio.

Nella filosofia la natura, o meglio "lo stato di natura" trova due opposte concezioni in Hobbes e Rousseau (anche in altri filosofi, ma questi due li tengo meglio a mente). La prima, quella di Hobbes, parte dall’idea che in natura l’uomo sia un malvagio predatore dedito alla lotta contro tutti i suoi simili per la sopravvivenza e per la supremazia: solo un contratto sociale può dar vita ad una società civile che superi queste bestialità. Rousseau invece evidenzia quanto ci sia di buono in natura e quanto invece sia dannosa la società organizzata che ha reso l’uomo malvagio e vittima della sovrastruttura da esso stesso creata.

Le due concezioni nascono in epoche e luoghi diversi, ma questo non vuol dire che non abbiano entrambe un fondo di verità. Quale è la soluzione? Semplicemente quella di dar vita ad una società civile che abbia come scopo quello di preservare il bene che l’uomo porta con sé in natura e nello stesso tempo di limitare, inquadrare e disciplinare quella malvagità che la natura stessa e l’istinto di sopravvivenza inducono l’uomo ad esercitare sul proprio prossimo.

Così è legge di Dio il susseguirsi delle stagioni, la nascita e la morte delle creature, il loro bisogno di alimentarsi, di sopravvivere e di accoppiarsi per riprodursi. Anche le leggi fisiche e chimiche sono leggi di Dio. Quindi un primo punto di partenza per individuare ciò che è conforme alla volontà di Dio è senz’altro quello di esaminare ciò che abbiamo trovato su questa terra e cioè ciò che Lui ha predisposto per noi.

Ma fin qui non ci scostiamo troppo dalla vita animalesca! Intendiamoci: la vita animalesca risponde perfettamente alla volontà di Dio ed è impossibile considerarla contraria al suo disegno. Tuttavia Dio ha riservato all’uomo un dono ulteriore rispetto alle altre creature: questo dono ulteriore, a mio avviso, è la coscienza. Coscienza intesa prima di tutto come consapevolezza di sé e di ciò che esiste al di fuori di sé, ma anche come scatola nera dell’agire, come habitat naturale dell’anima, dello spirito, quindi del peccato e della santità. Di conseguenza il giudizio di Dio sul comportamento degli uomini ha ad oggetto una realtà "noumenica", che non potrebbe essere mai conosciuta (quindi giudicata) dai tribunali terreni, né dalla Chiesa, i quali possono limitarsi a giudicare la realtà "fenomenica", quella delle azioni concrete… alle quali tuttavia (sempre a mio avviso) non è riportabile il concetto di peccato se non nella misura in cui dette azioni concrete rappresentino una perfetta estrinsecazione della realtà noumenica, ma questo non conoscibile dai tribunali terreni.

La dottrina penalista ha nel corso della storia affiancato lo studio dell’elemento psicologico (dolo e colpa) come graduazione della reità da affiancare alla nuda azione e al nudo evento nel giudizio complessivo di un reato. Con questo non dico che il diritto penale si è andato ad occupare dell’anima, ma ha cercato, con mezzi terreni, di capire se chi agisce lo fa con purezza o con cattive intenzioni.

La brutalità della Natura dunque va certamente controllata e vissuta razionalmente dagli uomini che si caratterizzano proprio per essere creature ragionevoli. Ma non va rinnegata perché resta pur sempre il punto di partenza di tutte le leggi di Dio: tutto ciò che in essa è regolato ci appartiene in quanto creature di Dio. Andare in giro nudi ad esempio non è peccato se questo è fatto con la purezza di un bambino. La vera differenza sta dunque tra gli atti puri e quelli impuri: i primi sono quelli dettati dalla sincerità e dalla trasparenza dell’anima. I secondi sono quelli operati su calcolo per tornaconto personale, spesso in malafede.

Si faccia attenzione: questa distinzione non è semplicistica, né tanto meno esimente come potrebbe apparire… anzi le maglie del suo lasciapassare sono certamente più strette di quelle basate sui comportamenti fenomenici formali: di gente perbenino che va a messa e che si fa cento segni di croce al giorno ce n’è tanta, poi però… Esistono anche i casti e le vergini, ma il nostro corpo verrà mangiato dai vermi e non è su di esso che dobbiamo investire, ma sull’anima. Del resto lo stesso Cristo ci ammonisce a non curarci dei giudizi degli uomini, ma del giudizio di Dio. E’ per questo che diffido di un cattolicesimo ancora troppo fariseo, che continua a biasimare le pagliuzze del nostro corpo (cioè del nostro abito), senza curarsi troppo (come invece dovrebbe) delle travi dell’anima.

Queste sono le riflessioni di un peccatore, scontento di sé, che vorrebbe far qualcosa per ripulire la propria anima, ma che diffida di tutti quelli che vantano una superiorità spirituale per il solo fatto di avere un corpo pulito, un abito da festa o per essere diventati sacerdoti, vescovi, cardinali e papi.

Fabio Palmieri




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